Paolo Palopoli e Sergio Forlani tornano sulla terra

Paolo Palopoli e Sergio Forlani
Paolo Palopoli e Sergio Forlani

Paolo Palopoli e Sergio Forlani tornano sulla terra. Almeno questo è ciò che racconta il loro ultimo lavoro discografico. Infatti, “Back on the ground” – questo il titolo del disco, già disponibile su tutti gli store digitali – segna il ritorno del duo jazzista napoletano dopo un periodo in cui ognuno di loro ha percorso strade diverse, anche se parallele.

L’album sarà presentato a Napoli, mercoledì 20 dicembre alle ore 18, presso la Casina Pompeiana (Riviera di Chiaia), con uno showcase gratuito. In quell’occasione il pubblico potrà ascoltare alcuni dei nuovi brani eseguiti dal vivo. E a esibirsi saranno Paolo Palopoli (chitarra), Sergio Forlani (piano), Emilia Zamuner (voce), Rocco Di Maiolo (sax), Salvatore Ponte (contrabbasso), Domenico Benvenuto (batteria).

Non solo musica

Oltre al disco, durante l’incontro, moderato dal giornalista Stefano De Stefano, sarà oggetto di discussione anche il “Manuale di chitarra moderna” a cura di Paolo Palopoli. Due volumi in cui vengono trattati tutti i principali argomenti riguardanti la chitarra moderna. Un testo rivolto sia ai principianti che hanno bisogno di una guida semplice ma completa per lo studio dello strumento, sia ai professionisti che vogliono accrescere il loro bagaglio musicale. Il libro è diviso in una parte dedicata alla teoria, il vocabolario essenziale per ogni musicista, e una parte in cui vengono proposti degli esempi utili per sviluppare il proprio fraseggio.

Dopo lo showcase si brinderà al nuovo disco con un rinfresco dal sapore natalizio, un modo perfetto per scambiarsi gli auguri a ritmo di jazz.

Paolo Palopoli e Sergio Forlani tornano sulla terra

Il sodalizio musicale tra il chitarrista Paolo Palopoli e il pianista Sergio Forlani nasce nel 1998. E nel 2002 sfornano il loro primo disco, “First Out”: dieci tracce di cui nove originali e uno standard Jazz. Dopo questo esordio discografico, ricco di quelle sonorità che li avevano avvicinati, entrambi hanno una svolta Etno Jazz e producono due dischi, “Armodia Etnica” ed “Etnodie”, a cui prendono parte alcuni tra i più importanti musicisti del panorama partenopeo.

Poi le strade dei due jazzisti si dividono. Paolo vola negli States, dove incide il disco “Sounds of New York”, mentre Sergio a Napoli pubblica “Non solo etno”. Ora i due tornano a suonare insieme in questo “Back on the ground” (etichetta Full Heads), che, come suggerisce il titolo, è un ritorno sulla terra, non intesa come pianeta, ma proprio come terreno. Insomma, con questo album Paolo e Sergio tornano alle origini.

Infatti, si tratta di otto brani che s’inseriscono in un contesto di jazz/fusion con svariati riferimenti stilistici che spaziano dalla forma song di matrice Yellowjackets, arricchita però dalla sezione fiati di stampo Earth Wind & Fire (“On the ground” e “Funktown”), a quella tipicamente bensoniana degli anni 70/80 (“No claim”), al sound ECM fuso con il jazz tradizionale cantato e strumentale (“Oriente express”), ai suggestivi momenti intimisti sottoforma di ballad e slow bossa (“State of mind” e “Vintage”), fino ad arrivare al latin/blues irregolare di “Z Nation”, dal sound e dalle atmosfere squisitamente newyorchesi.

Non è un paese per jazzisti

Un disco che è anche un atto di coraggio, considerato l’attuale panorama musicale italiano dove al jazz viene riservato pochissimo spazio, poiché si presume che sia un genere riservato a pochi cultori.

«Il jazz è una forma musicale d’elite per non dire di nicchia quindi non sorprende che a volte passi inosservato – spiega Sergio Forlani –. Devo dire però che in occasione di un evento importante organizzato a Napoli noto sempre la presenza di uno zoccolo duro di appassionati. Quindi, se a livello locale ci fosse una reale volontà di rilanciare questa forma culturale, da qualcosa si potrebbe sicuramente partire».

E sulla difficoltà di trovare a Napoli spazi adeguati dove proporre questo tipo di musica, sostiene: «Specialmente nel centro storico ci sono luoghi in cui si riesce ancora a proporre arte e cultura. Invece, per quanto riguarda i jazz club, quelli si sono ridotti enormemente. E quei pochi rimasti, salvo qualche eccezione, non sono interessati a una programmazione artistica importante, preferendo vivacchiare o improvvisare al momento».

Un’offerta che, secondo il musicista, se fosse migliorata e ampliata, troverebbe un pubblico pronto ad accoglierla: «Napoli. come tutte le città italiane, risente attualmente  della pochezza dei palinsesti televisivi, che si limitano a proporre talents come X-Factor, che hanno solo il “merito” di bloccare la gente a casa. Così nessuno più va in giro alla ricerca di luoghi dove ascoltare buona musica. Questo è il contesto attuale dove è costretto a muoversi un jazzista napoletano».

E conclude: «Come mi disse una volta la mia amica Elisabetta Serio, per combattere tutto questo l’unica arma a nostra disposizione è comporre, comporre, comporre le nostre cose!».

Un ponte tra Napoli e New York

Una situazione totalmente diversa da quella che si presenta dall’altro lato del mondo, come conferma Paolo Palopoli: «Quella di New York è stata un’esperienza incredibile dal punto di vista professionale. Quella città è un po’ La Mecca di tutti i jazzisti e io ho avuto la fortuna di poterci vivere per un lungo periodo, registrando lì anche un disco. Nella composizione dei brani sono stato molto influenzato dai luoghi e dall’energia di questa città, ma soprattutto dal sodalizio artistico che ho avuto con gli altri musicisti».

Per un musicista aver vissuto lì è un po’ come essere stato sulla luna: «La Grande Mela è una città incredibile e piena di Jazz Club e di piccole e grandi realtà musicali provenienti da tutto il mondo. Ma è anche vero che New York è sullo stesso asse di Napoli, tutte e due inglobano realtà differenti, fagocitano e contaminano razze, stili e generi, anche se Napoli ha quel tocco mediterraneo che ci contraddistingue e che spesso tentiamo di inserire nei nostri brani».

On the ground

E anche se il nuovo album risente molto di quelle atmosfere, la matrice mediterranea resta un caposaldo: «La nostra identità è importante e anche se in Back on the Ground sono presenti stili e generi differenti, le composizioni sono comunque sempre frutto della nostra creatività», spiega ancora Palopoli.

Poi racconta come nascono i pezzi del disco: «La genesi di un brano è sempre differente. L’ispirazione può nascere da un’emozione che trasferiamo in musica, oppure da un’idea melodica che ci “frulla” in testa. O magari l’ispirazione può venire da un libro o un film. E anche se il genere musicale del disco è più vicino alla musica afroamericana, la nostra identità si percepisce in ogni brano. Questo perché nella musica bisogna dire la verità, ed essere il può possibile autentici, metterci sempre tutto se stessi, un poco come mettere a nudo la propria anima. Perciò Back on the ground è un ritorno alle radici, a quella musica che ci è sempre piaciuta e da cui siamo partiti nella nostra formazione artistica e ancora dopo anni continuano ad amare profondamente».

 

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