Gabry Venus riflette sulla crisi delle disco, sul ruolo del dj, su come ripartire

 

Gabry Venus, dj producer conosciuto in tutto il mondo per la sua house sempre maledettamente efficace, riflette sul ruolo del dj, sulla crisi delle discoteche, su come ripartire. Sono parole parecchio interessanti. Da leggere tutte d’un fiato.

Nelle varie dirette sui social ed interviste che si sono susseguite nel corso di questi mesi di restrizioni dovuti al Covid-19, un tema in particolare è stato senz’altro ricorrente: la crisi del club c’era già prima. Ho sentito artisti, art director, gestori ed altri addetti ai lavori sottolineare la necessità di un ritorno agli stili, alla differenziazione, alla cultura del club. Punto focale, in sostanza, l’esigenza di smettere di proporre un minestrone comune e di ricrearsi un’identità, cosa che se nel breve termine comporta dei sacrifici, nel medio e lungo termine è stata unanimemente identificata come la ricetta di base per restituire dignità, longevità e sostanza alla club culture.

Bene sono curioso di vedere nel prossimo futuro chi abbraccerà questa filosofia così tanto condivisa, rendendola una realtà.
E vorrei scoprirlo in prima persona motivato, oltre che dalla curiosità, da necessità e volontà. Ritengo di rappresentare artisticamente a pieno le linee indicate in questo necessario reset del clubbing. Mi spiego.

Sono un DJ / Producer di musica house, negli anni ho cercato di rimanere coerente ad una mia identità, pur producendo dischi a volte più mainstream, a volte molto più club. Non ho mai fatto una hit, ma molte mie produzioni sono ancora nelle “pennette” di molti DJ, dai resident che devono tenere la pista, ai TOP come David Guetta, Tiesto, Don Diablo, alle star della scena Underground come David Penn, Stonebridge, The Him.

Sento spesso dire che questi supporti non servono a nulla. Ah no? Uno o due forse, ma la costanza negli anni dovrebbe avere un senso, un valore. Altrimenti torniamo al discorso della ricerca della qualità: a che serve?

Ma è importante essere un buon DJ. Beh, io sono un buon DJ. Come diceva il mio primo discografico “Il vero DJ è quello che tiene la pista di 40 persone alla festa privata”.
Quante ne ho fatte, quante ne ho vinte! E nel club so guardare la pista mantenendo la mia identità musicale, col mio stile che incrocia il gusto del pubblico. Come la definisco io: “GroovySexyFunkyHouse”.

Ancora non basta? Forse la difficoltà è che nel nostro settore scriteriato a poco organizzato, difficilmente si ha une “reference letter” che ci raccomandi. Ma gli addetti ai lavori non dovrebbero aver sete di avere con loro un buon DJ? Non è una pedina preziosa nel team? No perché se sbaglio e non è così, forse è il momento di capirlo e mettersi il cuore in pace.

Lettere scritte non ne ho, ma ho tante persone stimate e colleghi che son sicuro che spenderebbero due buone parole a riguardo, come hanno già fatto in passato. Come Stefano Pain, Roberto Intrallazzi, Davide Ippolito, Kryder, Andrea Belli per citarne alcuni.

Cos’altro può servire? Materiale di cui parlare? Ho prodotto dischi con etichette italiane, estere, dalla EGO alla Ocean Trax, dalla Sosumi di Kryder alla Hexagon di Don Diablo, dalla Cube alla Milk & Sugar.

Allora siamo al dunque. Se è la qualità ciò a cui si vuole puntare, son qui, mi offro, senza presunzione. Quanto descritto sono fatti. Io son sempre stato una persona umile e stra disponibile. Ma adesso ho bisogno di capire che si fa qui in Italia. Se è stato bello parlare di grandi propositi a bocce ferme ma tutto tornerà come prima, o se c’è una chance. Se posso ritrovare un collocamento.

Altrimenti, comunque a malincuore e sperando che la situazione rifiorisca, continuerò a sperare nell’estero. Ambito in cui mi ha dato fiducia la stessa agenzia che cura David Penn, Arno Cost, Robbie Rivera, ATFC, The Cube Guys, Antoine Clamaran e tanti altri.

Qualche difetto ce l’ho per carità, a rileggere quanto ho scritto, mi sviolino troppo. Ad esempio io tavoli non ne faccio. Possono esserci amici che hanno piacere a raggiungermi dove faccio serata, o persone alle quali piace la mia musica e vengono. Ma non ti dirò mai che ti porto 40 persone.

E anche un altro difetto: se hai un cliente importante che ti chiede il dischettino annunciato al microfono con la sua cagata serale mentre sboccia, io non lo metto. Ma questo non credo sia un problema, perché se hai clienti così, già credo non mi avresti chiamato a priori.

Ma chiudo con un pregio: sono anche di modeste pretese! La ragione per cui una “guest” costa più di un resident, spesso sfugge in Italia. Brevemente, il nostro buon posizionamento non dipende dal marchio forte di un club a cui ci appoggiamo, ma dipende da noi, dalle nostre produzioni, dalla nostra promozione, la comunicazione e tanti altri fattori che incidono inevitabilmente sui costi. Ma che sono anche quell’insieme di cose che costituisce quel quid in più!

E vista la situazione difficile ed incerta che stiamo vivendo, ho fatto una pensata molto “aggressiva”: un voucher DJ. La possibilità di acquistare ora una data con me, ed usare il voucher in un qualsiasi momento nell’arco del prossimo anno.
Ed a metà cachet! Insomma: “Book Now, Save Big, Party Tomorrow!”

Io mi scriverei subito… 😉